Introduzione
Dopo quasi 20 anni, il 26 novembre le azioni della Bank of America hanno chiuso sopra i 53 dollari, livello che richiama i prezzi toccati prima della crisi finanziaria. Secondo i dati recenti, infatti, il titolo è scambiato intorno ai 53,20 USD. Il picco non si vedeva dal periodo 2004-2007, immediatamente precedente al collasso del mercato dei mutui subprime. Con questo rialzo, l’istituto bancario statunitense sembra aver compiuto una piena riemersione dopo anni di perdite, svalutazioni e ristrutturazioni bancarie a causa della crisi.
La storia di Bank of America
Riconosciuta come una delle principali istituzioni finanziarie statunitensi e globali, la Bank of America opera nel retail banking, wealth management e mercati wholesale. Fu fondata nel 1904 da Amedeo Giannini come Bank of Italy a San Francisco, con lo scopo di offrire servizi bancari accessibili alle famiglie di immigrati e piccoli imprenditori, una parte di popolazione esclusa dalle banche dell’epoca.
Negli anni Venti, la Bank of Italy intraprese un processo di espansione, culminando nel 1928 con la fusione con la Bank of America di Los Angeles, assumendo il nome odierno. Negli anni seguenti crebbe sempre di più, pioniera nei servizi di credito al consumo e nelle carte di pagamento.
Durante gli anni Ottanta e Novanta, l’istituto ha consolidato ulteriormente la propria posizione attraverso acquisizioni strategiche, tra cui la Security Pacific Corporatoin del 1992 e la storica NationsBank del 1998, che di fatto diede origine alla moderna Bank of America Corporation con sede a Charlotte, in North Carolina. Le fusioni furono un passo importante per arrivare ad essere uno dei gruppi bancari più grandi al mondo per capitalizzazione e rete di filiali.
Agli inizi degli anni Duemila, la banca ampliò la propria attività nel settore degli investimenti e della gestione patrimoniale, al fine di competere con colossi come JPMorgan Chase e Citigroup. Tuttavia, la rapida crescita espose l’istituto ai rischi del mercato dei mutui e dei derivati strutturati: nel 2008, alle porte della crisi finanziaria globale, contava milioni di clienti e un’enorme esposizione verso titoli garantiti da mutui.
La crisi del 2008: MBS e CDO
La grande crisi del 2008 affondava le sue radici in una combinazione di speculazione immobiliare, deregolamentazione finanziaria e leva eccessiva. Nei primi anni Duemila, dopo lo scoppio della bolla dot-com, la FED ridusse il tasso sui fondi federali dal 6,55 nel 2000 fino all’1% a metà 2003. Questo tasso così basso ha logicamente reso il costo del credito molto accessibile, stimolando un’espansione della domanda di mutui e favorendo una rapida crescita dei prezzi delle case.
Le condizioni di finanziamento particolarmente favorevoli hanno però alimentato modelli di prestito più rischiosi: i mutui subprime, accordi teaser rate, spesso basati su aspettative di crescita continua del valore immobiliare. Le banche, infatti, concedevano mutui a chiunque, anche a soggetti con basso reddito o scarsa affidabilità creditizia, con l’idea secondo cui i prezzi delle case sarebbero cresciuti indefinitamente.
Questi mutui venivano poi cartoralizzati, ovvero trasformati in prodotti finanziari complessi, che venivano venduti a investitori di tutto il mondo: due esempi sono i Mortgage-Backed Securities e i Collateralized Debt Obligations.
I Mortgage-Backed-Securities (MBS) sono titoli garantiti da mutui, strumenti finanziari creati raggruppando migliaia di mutui immobiliari concessi a famiglie e imprese. Ogni titolo rappresentava una quota dei flussi di cassa generati da quei mutui, cioè dalle rate pagate dai mutuatari. L’idea era di trasformare un insieme di prestiti a lungo termine in titoli negoziabili sul mercato, permettendo alle banche di liberare capitale e concedere mutui.
I Collateralized Debt Obligations (CDO) erano una forma ancora più complessa di cartolarizzazione: si trattava di titoli costruiti a loro volta su altri MBS o su debiti strutturati, suddivisi in livelli con diverso grado di giudizio e rendimento. I livelli senior promettevano rendimenti bassi ma sicuri, quelli junior offrivano guadagni maggiori ma con un rischio elevato di perdita.
Tecnicamente il meccanismo era vantaggioso: le banche incassavano liquidità, gli investitori ottenevano rendimenti superiori ai titoli di Stato, e il rischio veniva distribuito su più soggetti. Tuttavia, quando i mutui concessi a clienti con basso merito creditizio – i mutui subprime – furono inclusi in queste operazioni, la qualità complessiva crollò.
Quando però il mercato immobiliare iniziò a crollare e i mutuatari cominciarono a non pagare, l’intero sistema di MBS e CDO perse rapidamente valore; il contagio si propagò a catena, travolgendo istituzioni finanziarie, fondi, assicurazioni: un vero e proprio terremoto finanziario.
Nel caso di Bank of America, le conseguenze sono state disastrose: svalutazioni di portafogli, ristrutturazioni interne, rafforzamento patrimoniale. Nel 2008 il titolo ha perso circa il 60% del valore; tuttavia, non tutte le banche hanno avuto gli stessi risultati: Citigroup ha visto un crollo del prezzo delle azioni pari al 76%, Morgan Stanley pari al 68%, e JPMorgan Chase pari al 25%.
Ci sono stati anche fallimenti storici: il 15 settembre 2008, Lehman Brothers, quarto gruppo d’investimento statunitense con oltre 600 miliardi di dollari di asset, dichiarò il fallimento dopo il rifiuto del governo federale di intervenire nel salvataggio, innescando la crisi globale e provocando il panico nei mercati. Dieci giorni dopo, la più grande banca di risparmio degli Stati Uniti con oltre 300 miliardi di dollari in asset Washington Mutual, fu messa in amministrazione controllata dalla Federal Deposit Insurance Corporation. Le attività bancarie furono acquisite da JPMorgan Chase. A luglio dello stesso anno IndyMac Bank venne chiusa per insolvenza, con una perdita di circa 8,9 miliardi di dollari: era specializzata in mutui subprime e prestiti immobiliari.
Il rischio di una futura crisi
Oggi, a distanza di quasi due decenni dal collasso dei mutui subprime, il ritorno di Bank of America ai livelli pre-crisi riapre il dibattito su quanto il sistema finanziario mondiale sia davvero più solido. La differenza più evidente rispetto al 2008 è che l’intero settore bancario statunitense opera ora in un contesto di regole patrimoniali e di vigilanza molto più severe.
L’introduzione degli standard di Basilea III ha inoltre imposto coefficienti minimi di capitale e requisiti di liquidità più stringenti, mentre la Federal Reserve, con lo Stress Test Annuale, monitora la capacità delle banche di resistere a scenari macroeconomici avversi.
Bank of America, come i suoi principali concorrenti, ha ridotto drasticamente l’esposizione verso attività speculative e ha diversificato la propria base di reddito, puntando di più su gestione patrimoniale, digital banking e credito commerciale. Negli ultimi anni, l’istituto ha infatti investito miliardi di dollari nella digitalizzazione dei servizi e nell’integrazione di tecnologie di analisi predittiva basate su intelligenza artificiale, per migliorare la gestione del rischio e ottimizzare la concessione di credito.
Tuttavia, non mancano le nuove vulnerabilità. Il rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, per contenere l’inflazione, sta rendendo più oneroso il rifinanziamento del debito e creando tensioni nel mercato immobiliare, soprattutto commerciale. Il settore dei prestiti immobiliari corporate — in particolare gli uffici e i centri direzionali svuotati dal lavoro remoto — rappresenta una potenziale area di fragilità. A ciò si aggiungono i rischi legati all’elevato livello di indebitamento delle famiglie statunitensi e all’esposizione delle banche verso il credito al consumo e le carte di pagamento.
Gli analisti di Moody’s e Fitch ricordano inoltre che l’attuale ciclo economico mostra un grado di interconnessione finanziaria persino maggiore rispetto al passato: hedge fund, società fintech e operatori privati del credito hanno un peso crescente nel sistema, ma sfuggono in parte alla regolamentazione bancaria tradizionale.
È anche vero però che le crisi finanziarie raramente si ripetono nella stessa forma: cambiano gli strumenti, ma le dinamiche psicologiche e speculative restano sorprendentemente simili.
Conclusione
Il ritorno di Bank of America sopra i 53 dollari per azione rappresenta il completamento di un ciclo durato quasi vent’anni, fatto di ricapitalizzazioni e una lunga ricostruzione di fiducia nel sistema bancario statunitense. Oggi Bank of America appare solida, redditizia e tecnologicamente all’avanguardia, ma la storia insegna che nessuna istituzione è immune dai cicli economici.
L’ascesa del titolo riflette la fiducia rinnovata degli investitori nel sistema americano, ma anche un clima di ottimismo che potrebbe presto essere messo alla prova da fattori esterni: geopolitica, inflazione, nuove normative e la tanto ambita intelligenza artificiale. Se il 2008 ha insegnato qualcosa, è che le crisi nascono spesso nei momenti di apparente stabilità.
Bibliografia
Bank of America Corporation (BAC)
https://tradingeconomics.com/bac:us/news/501413
The Wall Street Journal: “From Subprime to AI: How Banks Reinvented Risk Management”, ottobre 2025

